L’RSI è uno degli indicatori più usati e allo stesso tempo più fraintesi del trading. Alla maggior parte delle persone è stato insegnato che quando l’RSI supera 70 il mercato è ipercomprato e quindi “deve scendere”, e che quando scende sotto 30 è ipervenduto e quindi “deve salire”. Questa idea, semplice e rassicurante, è anche uno dei motivi principali per cui tanti trader perdono soldi in modo sistematico.
La verità è che l’RSI non misura se un prezzo è troppo alto o troppo basso. Non è un indicatore di valore e non è un segnale automatico di inversione. L’RSI misura la forza e la velocità del movimento, cioè quanto una direzione sta dominando sull’altra in un determinato periodo. Un RSI alto non significa che il prezzo è arrivato “troppo in alto”, significa che il mercato sta spingendo forte. Ed è proprio per questo che nei trend forti l’RSI può restare sopra 70, sopra 80 o addirittura sopra 90 per ore o giorni, mentre il prezzo continua a salire senza fermarsi.
Solo perché l’RSI è alto equivale a mettersi deliberatamente contro la forza dominante del mercato. È un errore strutturale, non una sfortuna. Allo stesso modo, comprare solo perché l’RSI è sotto 30 non significa comprare “a sconto”, ma spesso significa entrare contro un’accelerazione ribassista che non ha ancora finito di svilupparsi. Nei trend ribassisti seri l’RSI resta schiacciato in zona oversold mentre il prezzo continua a scendere, e chi compra “perché è ipervenduto” diventa semplicemente liquidità.
Il problema non è l’RSI in sé, ma l’aspettativa sbagliata che gli viene attribuita. Molti lo usano come se anticipasse il prezzo, quando in realtà l’RSI reagisce al prezzo. Arriva sempre dopo. Dice cosa sta succedendo ora, non cosa succederà dopo. In pratica l’RSI racconta chi sta vincendo la battaglia in quel momento: compratori o venditori. Usarlo per scommettere contro chi sta vincendo è una scelta irrazionale, anche se mascherata da “analisi tecnica”.
C’è un motivo se i market maker amano questo tipo di approccio retail. Sanno perfettamente che moltissimi trader shortano quando vedono RSI alto e comprano quando vedono RSI basso. Di conseguenza mantengono il prezzo forte più a lungo del previsto, tengono l’RSI in ipercomprato e continuano a salire finché gli short vengono spremuti. Lo stesso accade al ribasso, con RSI schiacciato in ipervenduto mentre il prezzo continua a cadere. L’RSI, usato male, diventa uno strumento di intrappolamento, non di protezione.
L’RSI ha senso solo se smette di essere il protagonista e diventa un semplice filtro. Può aiutare a capire se il mercato è in impulso o in compressione, se la forza è in accelerazione o in esaurimento, ma non può e non deve essere il grilletto del trade. Anche le famose divergenze, spesso mitizzate, non sono segnali di entrata automatici. Una divergenza senza contesto, senza livelli, senza struttura, è solo un’informazione incompleta. Può durare a lungo prima che il prezzo reagisca, e spesso non reagisce affatto.
Nel modo corretto di usare l’RSI, un RSI alto in un trend rialzista non è un segnale short, ma una conferma di forza. Un RSI che scarica da 70 verso 40–50 senza rompere i supporti è spesso un comportamento sano, non un segnale di debolezza. Al contrario, un RSI che resta basso mentre il prezzo continua a fare minimi crescenti può indicare accumulo silenzioso, non debolezza.
La cruda verità è che l’RSI non è una scorciatoia, non è un semaforo e non è un oracolo. Non anticipa le inversioni e non protegge chi non ha un piano. Serve solo a leggere il momentum, non a decidere quando comprare o vendere. Il prezzo decide, i livelli decidono, la struttura decide. L’RSI, se usato bene, accompagna. Se usato male, condanna.
Chi capisce questo smette di chiedersi se l’RSI è troppo alto o troppo basso e inizia a chiedersi una cosa molto più importante: chi sta controllando il mercato in questo momento, e io sono dalla sua parte o contro di lui? È lì che passa la differenza tra chi sopravvive e chi diventa liquidità.

