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È il Capodanno cinese e il mondo degli scambi economici accoglie un'importante notizia. Nel pomeriggio del 17 febbraio, Trump ha annunciato sui social media: il gigantesco accordo commerciale tra Stati Uniti e Giappone è ufficialmente avviato, il testo è pieno di maiuscole e punti esclamativi, esprimendo un atteggiamento di compiacimento.
Il nucleo di questo accordo è l'impegno del Giappone a investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti, coprendo settori come energia, infrastrutture, e industria manifatturiera, con i fondi che devono essere disponibili a scadenze scaglionate entro il 2029. Trump ha affermato chiaramente che i progetti saranno scelti dagli Stati Uniti e finanziati dal Giappone, e se non verranno trasferiti fondi entro 45 giorni, i dazi sulle merci giapponesi esportate negli Stati Uniti torneranno dal 15% al 25%, colpendo in particolare i settori delle esportazioni come l'automobile.
Per il Giappone, sembra più una "spesa forzata": un enorme investimento per ottenere una riduzione dei dazi, essenzialmente pagando un costo economico per la relazione di alleanza. Trump enfatizza ripetutamente il "Primato Americano", considerando l'accordo come una vittoria significativa nei negoziati economici, mentre il Giappone ha poco spazio di manovra sotto la pressione dei dazi.
Da un lato ci sono le famiglie cinesi riunite e festanti per il nuovo anno, dall'altro gli Stati Uniti e il Giappone che definiscono un grande accordo commerciale, con il Giappone che si fa carico dei costi, diventando un tipico "vittima sacrificale". L'implementazione di questo accordo ha anche messo in evidenza nuovamente la disparità nei rapporti economici tra Stati Uniti e Giappone.
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