La edizione speciale di The Economist chiamata “The World Ahead 2026” esce ogni anno per analizzare quali tendenze domineranno il mondo il prossimo anno. È una copertina moooolto simbolica che riassume i temi più importanti che gli editori (chiaramente l'élite mondiale) considerano di maggiore impatto globale, non è una copertina artistica a caso, è come una mappa visiva dei rischi e delle opportunità globali che la rivista ha “identificato”…non propone un collasso imminente, ma qualcosa di più scomodo da abitare, un mondo funzionalmente instabile. L'asse dell'analisi non è la crisi come evento, ma l'accumulo di tensioni strutturali che fanno sì che il sistema globale dipenda sempre più da decisioni politiche fragili, mercati sovraindebitati e tecnologie ancora non assimilate socialmente.

Le sue potate sono molto certe (che paura) per questa ragione tocchiamo questo tema così interessante… Il focus economico è chiaro: le economie sviluppate operano con livelli di debito storicamente alti, specialmente nei mercati obbligazionari, dove il margine di manovra fiscale si riduce mentre i tassi reali smettono di essere un ammortizzatore. Il rischio non è in una recessione classica, ma in episodi di stress finanziario discontinui, difficili da anticipare e rapidi da contagiare. La copertura suggerisce che il problema non è la mancanza di crescita, ma il suo finanziamento.

In parallelo, la geopolitica smette di strutturarsi in blocchi stabili e diventa transazionale. Le potenze competono senza un quadro normativo condiviso, il che aumenta la volatilità nel commercio, nell'energia e nelle catene di approvvigionamento. Gli Stati Uniti appaiono come nodo centrale non per una leadership indiscutibile, ma perché le loro decisioni interne - politiche, fiscali ed elettorali - continuano ad avere effetti sistemici globali, in un contesto in cui la prevedibilità istituzionale si erode.

La tecnologia, in particolare l'intelligenza artificiale, non si presenta come una promessa lineare di produttività, ma come forza asimmetrica: accelera i guadagni in certi settori mentre amplifica le disuguaglianze, le tensioni lavorative e i rischi normativi. Il messaggio non è tecnofobico, ma prudente: la velocità tecnologica supera la capacità politica di assorbimento.

Il componente climatico ed energetico rafforza questa lettura. La transizione non fallisce per mancanza di obiettivi, ma per l'inconsistenza nella sua esecuzione, generando colli di bottiglia, inflazione settoriale e conflitti geo-economici. Anche i grandi eventi culturali e sportivi funzionano come promemoria che la coesione sociale è anch'essa un attivo economico.

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